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Nora Schultz, Always Hold On, 2009
Galerie Isabella Bortolozzi, Berlin

Confiscating

by Kirsty Bell

Nelle composizioni scultoree di Nora Schultz, sono in gioco l’autenticità e il suo contrario. L’artista lavora spesso con elementi trovati, impiegati in modi semplici e diretti che, tuttavia, costruiscono fitte suggestioni allegoriche. Le sue sculture articolano cambiamenti culturali in termini puramente materici. Kirsty Bell incontra Nora Schultz in occasione della sua prima personale istituzionale, recentemente allestita alla Kunstverein di Köln, mentre la vedremo con Pernille Kapper Williams alla Kunstverein di Graz quest’estate.


Conto alla rovescia

Il conto alla rovescia ci mette di fronte a un enigma formale che punta in diverse direzioni contemporaneamente. Pronunciato, si muove in avanti nel tempo: “dieci, nove, otto...”, mentre allo stesso tempo decreta un riavvolgimento narrativo. Scritto, assume una traiettoria orizzontale, anticipando però al contempo uno slancio vitale in verticale e verso l’alto: “...partenza!” Esprime l’energia potenziale, scandendo il tempo nel suo approssimarsi allo zero, in una contrapposizione d’intenti esplicitata attraverso un’azione tensiva-distensiva multidirezionale.

Nora Schultz, insieme all’artista newyorkese Ei Arakawa, ha realizzato un conto alla rovescia usando un’asta sottile e flessibile di acciaio inossidabile, che è stata piegata in modo da formare ciascun numero successivo della serie. Nelle fotografie che documentano la performance, delle mani guantate trattengono l’acciaio, costringendolo con la forza a mantenere temporaneamente la forma. La natura fisica del materiale stesso sembra inaffidabile, non solo per le contorsioni dovute alla sua flessibilità, tenute strettamente sotto controllo, ma anche per la sua superficie altamente riflettente che rispecchia tutto ciò che sta intorno mentre getta piccoli fasci argentati di luce sulle pareti, sul pavimento e sui corpi. E poiché ogni nuovo numero porta le tracce dei precedenti ripiegamenti, l’asta risulta sempre più deformata. Così lo “0” finale è un’approssimazione rozza e corrugata del “10” originario, che appariva intatto e con delle curvature pulite. L’energia potenziale qui espressa è quella della trasformazione materiale e dell’accumulo di contenuti allegorici servendosi di mezzi semplici, con il passaggio dalla neutralità all’azione. Il punto zero di questo conto alla rovescia – il ritorno alla neutralità – è reso impossibile dal fatto che ora il materiale è carico della storia delle sue trasformazioni.

Testimonianze trovate

Semplicità, franchezza e una certa densità delle suggestioni allegoriche sono caratteristiche del lavoro di Nora Schultz. Da un lato, c’è la schiettezza esagerata di usare la prima cosa che capita a portata di mano, qualunque cosa si trovi fuori dalla finestra dello studio. Dall’altro, ci sono le sottili complicazioni determinate dal rimuovere questo oggetto dalla sua collocazione originaria (un atto che Schultz chiama “confisca”) e dall’introdurlo in un nuovo contesto, con un scopo diverso e altamente specifico. In gioco ci sono sia l’autenticità che la sua mancanza. La prima cosa che si trova guardando fuori in strada, di solito, non è qualcosa che abbia una forma significativa o delle qualità simboliche tali da farne un “segno”. Molto più probabilmente si tratta di qualcosa d’insignificante, debole, dimenticabile. La rete di decisioni e trasferimenti che l’uso di un oggetto trovato implica (una “testimonianza trovata”, come la chiama Schultz, suggerendone la natura intrinsecamente documentaria, privata però della sua collocazione originaria) diviene simile a una serie di supporti contestuali che fanno da sostegno all’elemento debole e gli conferiscono un’autenticità alternativa entro lo spazio espositivo. Questa ha a che fare con le sue origini, ma è una falsificazione, in quanto nasconde l’essenziale insignificanza e inaffidabilità della testimonianza, che è invece presentata come una dichiarazione attendibile, simbolo del mondo reale.

Condizione

James Clifford, il cui autorevole libro The Predicament of Culture è stato un punto di riferimento per la recente installazione di Nora Schultz alla Kölnischer Kunstverein, descrive l’identità come “mista, relazionale e inventiva”. Un gruppo di sculture intitolato “Predicament” occupa la sala superiore della Kunstverein, creando una sorta di paesaggio. Le sculture non dettano il movimento dello spettatore nello spazio, ma lo inflettono. Combinando tra loro inferriate dipinte di bianco e scheggiate, trovate nel cantiere lì vicino, lunghe aste sottili di acciaio cromato, corde di varie lunghezze e dimensioni, e strutture dipinte di bianco che stanno a metà strada tra dei muri e dei paraventi, l’artista suggerisce un ritmo frammentato nello spazio. I pannelli presentano un taglio lungo l’asse verticale, mentre i tubi d’acciaio, sospesi a delle corde o incastrati nelle pareti, creano un taglio orizzontale, suggerendo un altro livello del suolo, circa un metro sopra a quello del pavimento. Vi sono numerose giunture sgradevoli nei punti dove le curve fluide delle inferriate incontrano, o rifiutano di incontrare, le aste d’acciaio, che sono rigide e diritte (Predicament: Evacuation). O quando i tronconi d’acciaio stessi sono costretti, loro malgrado, a piegarsi, tagliandoli e risaldandoli fino a formare una curvatura sobbalzante e angolata (Predicament: Inauthentic Railing). In Predicament: Rope Collection diversi pezzi di corda nera e di juta di varia lunghezza, buttati sopra una ringhiera che si trova sulla sommità di un paravento, sono disturbati dalla presenza di alcuni intrusi – delle lunghe aste di acciaio sottile che si curvano faticosamente e che rifiutano di assumere le languide forme della loro controparte, cioè delle funi lì accanto. La condizione culturale di alienazione, esotismo, discrepanza e spiazzamento è qui delicatamente espressa in termini puramente materiali: misti, relazionali e inventivi.

Peso e sostegni

Per quanto gli elementi nelle configurazioni di Predicament rimangano separati, sono ugualmente interdipendenti. Le strutture dipendono dai loro rapporti fisici complementari l’una con l’altra: i muri reggono delle barre d’acciaio o delle ringhiere, da cui penzolano le corde, alle quali sono appese altre barre d’acciaio e ringhiere, che si proiettano ancora verso il muro. Tutti rimangono al loro posto grazie alle leggi fisiche di tensione, sostegno, equilibrio e forza. Gli elementi separati, complessivamente, formano una coreografia provvisoria, ma cooperativa nello spazio. Al piano inferiore, due opere realizzate con tappetini di gomma e costruzioni di acciaio piegato sono impegnate in una simile danza della dipendenza. Un puntone di metallo solleva un capo del molle tappetino nero, sostenendolo in un elaborato arabesco, mentre la sua estremità, come un piede metallico, tiene bloccata a terra l’altra estremità del tappetino. Come nel caso della performance Countdown, non vi sono tagli, rotture o espedienti particolari. I materiali possono essere fluidi e comportarsi in modi inaspettati se incoraggiati a collaborare.

Che cosa state guardando?

Le opere di Nora Schultz possono sembrare quasi niente. Sono reticenti, senza autorità, materialmente insidiose, contingenti. Ma forse la domanda qui non dovrebbe essere “che cosa state guardando?”, ma “che cosa state cercando?”.
(01/09)

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