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Simon Fujiwara, Desk Job, (Detail of desktop), 53rd Venice Biennale, 2009
Photo: Anders Suneberg.

Sexual Architecture

by Francesca Boenzi

Simon Fujiwara ha scritto storie, rivisto la propria personale biografia e analizzato il conflitto fra desiderio e soppressione operato dai sistemi politici. Nelle sue performance-conferenze, l’artista interroga la possibilità di manipolare la Storia e influenzare la memoria collettiva attraverso le vicende individuali e gli aneddoti che racconta. La premessa per il suo lavoro è una passione per la costruzione delle storie, l’amore per la scrittura e gli scrittori, per i dialoghi cacofonici e le contraddizioni nei film di Cassavetes, Allen, Bergman e nella musica: il contrappunto barocco come modello di temi molteplici – ripetizioni, conflitti, armonie e dissonanze.


Mi piace l’importanza che dai agli aneddoti. L’intrecciarsi di autobiografia e produzione artistica comincia a rivelare il modo in cui crei i tuoi lavori...
Mia madre è molto reticente a rivelare la sua età. Quando il suo quarantesimo compleanno si stava avvicinando, mi fece promettere di mantenerlo segreto. Avevo otto o nove anni. Quando venne il giorno, morivo dalla voglia di dirlo a qualcuno. Ricordo che andai al parco, ma non c’era nessuno a cui dirlo eccetto l’uomo con l’impermeabile che era solito gironzolare lì intorno e guardare i bambini che giocavano. Glielo dissi. Prima dell’ora di cena il tizio si presentò alla nostra porta con un mazzo di fiori per mia madre. Era furibonda. Ai bambini viene sempre detto di non parlare con gli estranei, ma non posso fare a meno di pensare che se non avessi parlato tanto da bambino, probabilmente adesso non avrei un lavoro. Oggi parlare agli estranei è quello che faccio per vivere.

Inizialmente hai studiato architettura, poi sei andato a Francoforte per frequentare la Städelschule e “diventare” un artista. Che cosa ricordi di questo passaggio e della tua investitura finale come artista?
Durante un Rundgang [studi aperti per consentire agli studenti di visitarli liberamente, n.d.r.] ho udito per caso alcuni studenti che commentavano il mio lavoro dicendo, curiosamente, che era il lavoro di un architetto, non di un “vero” artista. Ero confuso, soprattutto perché nell’opera vi erano latte che zampillava e pile di scatole di würstel, ma è stato quest’incidente che mi ha reso consapevole del fatto che ciò che facciamo come artisti va quasi sempre contro le nostre biografie e che l’unico modo per esercitare un controllo su tale situazione potrebbe essere quello di servirsi della propria biografia come materiale per il lavoro. Ho pensato: “Bene, hanno deciso che sono un architetto; sarebbe meglio che disegnassi loro un edificio”, così ho cominciato a lavorare a The Museum of Incest – un complesso architettonico fittizio, creato quasi interamente mettendo insieme pezzi di strutture che mio padre, anche lui un architetto, aveva costruito in Giappone.
Ho presentato il lavoro inizialmente sotto forma di conferenza che comincia con una “visita guidata” in Powerpoint e finisce come un ritratto assolutamente personale di un rapporto tra padre e figlio. Molti l’hanno già detto in precedenza: “Se non scrivi la tua storia, qualcun altro lo farà – come meglio crede...” Incidentalmente, dopo la mia prima performance di The Incest Museum sono stato finalmente “accettato” come artista dai miei pari.

L’architettura rimane un elemento cruciale nelle tue opere. Hai sviluppato una concezione molto personale, che hai definito “architettura autobiografica”. In che misura il fatto che tuo padre fosse anch’egli un architetto influenza il tuo lavoro?
Mio padre viveva dall’altra parte del mondo. Era terribile quando parlava al telefono ed era anche peggio nello scrivere lettere. Poiché era un architetto, “vedere papà” significava di solito, quando veniva a trovarci in Inghilterra, andare in depositi di rottami a comprare maniglie per porte o piastrelle di recupero. È stato attraverso questa e altre attività simili che abbiamo imparato a relazionarci, perciò l’architettura è divenuta la chiave di volta della mia relazione parentale. Per questa ragione, l’architettura si presenta come qualcosa di profondamente personale nel mio lavoro, per esempio sotto forma di ritratto psicologico e sessuale, come in The Incest Museum, oppure di feticismo architettonico, come nel caso del mio romanzo erotico Welcome to the Hotel Munber, dove il protagonista è eroticamente ossessionato da un edificio in cui ha sede un albergo.


Simon Fujiwara, Desk Job (Installation view), 53rd Venice Biennale, 2009
courtesy: Photo: Anders Suneberg.


Che cos’è l’Hotel Munber? Perché hai iniziato a scrivere racconti erotici ambientati in quel luogo?
L’Hotel Munber era un hotel turistico che si trovava in Catalogna e di cui i miei genitori furono proprietari e gestori negli anni Settanta, durante gli ultimi anni della dittatura di Franco. Mio padre e mia madre mi raccontarono una quantità infinita di storie di violenza e oppressione su uno sfondo di sangria e flamenco. Me lo sono sempre immaginato come in un romanzo: i personaggi, l’ambientazione... Per me era un luogo esotico e pieno di vitalità. Quando ho cominciato a pensare seriamente a che genere di libro avrei potuto scrivere, mi sono immedesimato in quel periodo, e ho provato a pensare a come si sarebbe sentito un uomo gay, e di razza mista, a vivere sotto una dittatura, in un luogo dove la popolazione era invariabilmentebianca. Sono andato alla ricerca di autori che avessero scritto romanzi erotici nella Catalogna di Franco e non ho trovato quasi nulla, per l’ovvio motivo che erano stati censurati fino a farli cadere nell’oblio. È stato allora che ho capito che il romanzo che volevo scrivere era un romanzo erotico ambientato nell’Hotel Munber, una storia che non avrebbe mai potuto essere pubblicata a quell’epoca. Poi è venuta la parte difficile: non appena ho cominciato a scrivere, ho cominciato a provare frustrazione e confusione perché, da un lato, avevo questa originalissima storia a sfondo politico, che sentivo l’urgenza e la responsabilità di raccontare, dall’altro, avrei dovuto usare la storia personale dei miei genitori, nonché “abusarne”. È questo conflitto che ha fatto sì che il progetto circolasse nel circuito underground per alcuni anni, durante i quali ho pubblicato solamente alcune parti del romanzo erotico, segretamente, e su riviste pornografiche gay, usando il nome di mio padre come pseudonimo.

In Welcome to the Hotel Munber, la sessualità e il desiderio sono in opposizione rispetto al sistema autoritario e repressivo. Il conflitto e l’oppressione sembrano essere temi importanti nella tua pratica artistica...
Questo aspetto è esplorato nel romanzo attraverso il protagonista – mio padre – che è così oppresso dall’intolleranza di Franco nei confronti dei gay da essere costretto a trovare altre soluzioni per raggiungere la soddisfazione sessuale. Tale soluzione giunge sotto forma di “sostituzione”, un processo in cui egli inizia a usare gli oggetti che più o meno, secondo dei rituali erotici, rappresentano gli uomini verso i quali prova un’attrazione sessuale. Gradualmente l’architettura dell’intero hotel assume una carica erotica, e diviene chiaro che egli ha creato una sua mini-dittatura. Lo scopo è quello di rispecchiare l’osceno controllo di Franco sulla nazione, trasformando la vittima in carnefice, l’oppresso in oppressore. La storia si ripete...
Per quanto riguarda la sessualità, tendo ad affrontare temi in gran parte assurdi nel mio lavoro, come in una sorta di sfida per trovare una voce personale tra le cose che sono importanti per la maggior parte di noi, sia che si tratti della famiglia, della storia, del nostro ambiente o, ovviamente, del sesso. Uso spesso il sesso come un pretesto per esplorare altri soggetti, un modo per accedere ad ambiti meno populisti, quali l’archeologia o l’architettura, argomenti che, ad un primo impatto, potrebbero non risultare tanto invitanti per lo spettatore. Molti dei miei progetti sono esplicitamente sessuali od omoerotici, il che è un privilegio che deriva dal fatto di vivere in un contesto sociale relativamente liberale, rispetto a molti altri luoghi del mondo e molte altre epoche storiche. La libertà può essere tolta in qualsiasi momento – l’ho visto accadere. Vivevo in California quando, lo scorso anno, è stato revocato il diritto al matrimonio per le coppie gay.

Simon Fujiwara, Desk Job (Brief), 53rd Venice Biennale, 2009


Penso che The Incest Museum presenti un altro tipo di soppressione, che deriva dalla muta accettazione delle teorie, che ci sono imposte, sulle nostre origini in quanto esseri umani. Come è nato questo progetto?
È cominciato con una spedizione alla “Culla dell’umanità”, il sito archeologico in Africa dove è stato trovato quello che si presume essere il “primo uomo”. Si è trattato del “collegamento mancante” che ha fatto impazzire la Chiesa perché è stato usato come prova del fatto che il primo uomo non fosse umano, ma una scimmia, e per giunta un africano.
L’idea che questa scimmia priva di razza, tre milioni e mezzo di anni più tardi, potesse provocare tutti questi problemi politici risultava comica per me – essendo io stesso categoricamente “privo di razza” – così ho deciso di andare sul posto a vedere in prima persona. Quando alla fine sono arrivato là, ho trovato polvere, pietre e non molto di più. Mi è sembrato incredibile che queste teorie, presumibilmente scientifiche, sulle origini fossero basate su così pochi materiali, così poche prove. Così ho deciso di fare anch’io un tentativo di costruire la mia versione “autorevole” delle origini dell’uomo, raccontandola attraverso pratiche d’incesto e affermando, in modo assurdo, che senza incesto non ci sarebbe la razza umana. Questa è stata la premessa di The Incest Museum, e ho usato fatti storici e ricerche scientifiche per conferire credibilità alla mia ipotesi. Alla fine ho deciso di collocare il mio museo proprio là, sopra la tomba del primo uomo.

“La vita reale inizia quando siamo soli, faccia al faccia con il nostro io sconosciuto”. Sto citando Il mondo del sesso di Henry Miller. Mi fa pensare allo scrittore protagonista della tua installazione al Padiglione Nordico alla Biennale di Venezia. Che cosa gli succede, da solo nella sua “raffinata casa modernista”, mentre lotta per cominciare a scrivere il suo romanzo erotico?
Quest’opera riguardava essenzialmente due cose: la finzione come specchio della vita reale e il conflitto tra lavoro e sesso – l’annosa battaglia tra l’uomo selvaggio e quello colto e istruito. Il protagonista di questo lavoro è registrato nel mezzo di questo conflitto, nel suo divenire lentamente pazzo, mentre cerca di scrivere un romanzo erotico autobiografico. La narrazione si fa circolare e contorta quando lo scrittore decide di scrivere il romanzo sul tentativo di scrivere il romanzo erotico, descrivendo la sua discesa negli abissi della follia, mentre vita reale e finzione sfumano l’una nell’altra. Lo scrittoio (sul quale il romanzo incompleto è presentato) è una replica in miniatura dell’edificio del Padiglione Nordico. Volevo che la ripetizione, presente nel testo, divenisse visibile con evidenza sculturale nell’opera.

The Incest Museum è rappresentato sotto forma di conferenza accademica, Welcome to the Hotel Munber è simile a una lettura. I formati didattici o accademici che scegli per le tue performance mettono in scena l’abilità di un individuo di manipolare la storia, il passaggio di una storia personale nella sfera collettiva. In che modo il fatto che tu sia un artista, e non uno scrittore, un architetto o un professore, influenza il modo in cui ti confronti con questi ambiti?
Chi lo dice che non sono uno scrittore, un architetto o qualunque altra cosa? Chi ha l’autorità di decidere queste cose? Le identità sono costruite per mezzo di sostegni, strutture e apparati. L’accademico: le sue riviste, le biblioteche, le citazioni; lo scrittore: i manoscritti, lo scrittoio, l’alcolismo; l’architetto: i suoi disegni, i modelli, i ritratti eroici... Detto sinceramente, io sono un impostore, sono un outsider in tutti questi campi, ma questo mi dà la libertà di lavorare in modo soggettivo. La verità e la precisione non m’interessano. Se un accademico lavorasse con la finzione in questo modo, sarebbe disonesto, perfino ingiusto, mentre, in primo luogo, uno sarebbe pazzo a fidarsi di un artista. Quando andavo a scuola, avrei voluto fare l’attore, ma ero troppo impacciato, non ero per niente convincente. Ora il mio modo di recitare è migliorato, ma questo accade solo perché l’unico ruolo che devo recitare è me stesso.
(01/11)

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