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Manuel Graf, Woher kommt die Kunst? oder: Die Blüte des Menschen, 2006
Courtesy: VAN HORN, Düsseldorf Photo © Daniela Steinfeld, VAN HORN, Düsseldorf.

Portfolio

by Kirsty Bell

Che cosa c’entrano delle scarpe col tacco alto e delle strane teiere di ceramica con la “questione sociale” formulata da Rudolf Steiner? Cosa possiamo imparare sulla società in senso lato dai micro-movimenti delle particelle d’acqua? Nelle sue presentazioni quasi-pedagogiche e nei suoi video, Manuel Graf postula una relazione attiva fra modello e teoria, in cui i significati stessi dell’illustrazione divengono esempi teoretici dinamici. Le analogie maturano e si moltiplicano: fare e pensare, secondo Manuel Graf, possono essere una cosa sola.


Un paio di scarpe con zeppa e tacco a strisce color arcobaleno e sottili lacci d’oro sono in mostra su uno stand di metallo. Accanto, su un piedistallo di legno più piccolo, una teiera di ceramica squadrata e una piccola tazza. I riflettori conferiscono all’immagine un bagliore accecante. Sulla parete retrostante, intanto, un’ampia fotografia incorniciata mostra una donna in pantaloncini, che ha indosso quelle scarpe e che, tenendo la teiera in mano, ne versa il contenuto nella tazza. Non si tratta di semplici oggetti, ci viene detto. Ciascuno di essi ha una funzione: una scarpa, una teiera. Che cosa rappresenta, dunque, la goffa messinscena di questa caustica vignetta? Una pubblica difesa dei rituali raffinati della cerimonia del tè? L’effetto estetico di tacchi dalle vette impossibili? Un ritorno nostalgico ai piaceri della ceramica fatta a mano e delle scarpe di confezione artigianale? La chiave è nel libro in mano alla modella, e che le copre il viso, con il titolo in bella mostra: una copia de L’uomo artigiano del sociologo e urbanista Richard Sennett.

In questo volume di grande successo (The Craftsman, nella versione inglese originale), Richard Sennett indaga il ruolo dell’artigiano nell’ambito di uno studio delle relazioni fra individuo e società: “L’artigiano esemplifica la speciale condizione umana del vivere impegnati”. Nella terminologia espansa di Sennett, tutti o quasi possono diventare artigiani, e l’artigianato in sé può diventare un modo di vivere in cui il lavoro manuale informa quello mentale. L’artigianato è un modo essenziale di “lavorare bene”, che sviluppa il rispetto di sé e il senso della comunità: “Imparare a lavorare bene permette alle persone di governare se stesse e di diventare buoni cittadini”.

Scarpe e teiera di Manuel Graf non sono quindi in mostra soltanto come prodotti, come risultato di una buona opera artigianale, in termini di qualità del design o della finitura (per quanto siano indubbiamente anche questo: ogni paio di scarpe può richiedere fino a due mesi di lavorazione), ma come illustrazioni di un dibattito teorico più ampio sul lavoro come investimento sociale, in cui l’impegno personale diviene un atto sociale.

La teoria sociale, la stessa di Sennett o di Rudolf Steiner, gioca un ruolo centrale nel lavoro di Manuel Graf, che si è inizialmente concentrato sull’architettura per poi assumere la forma di brevi video d’animazione digitale che combinano complicati effetti speciali e vigorosi accompagnamenti musicali. Ma, anche in questo caso, Graf si è interessato all’architettura come modello di diversi stili di vita. Uno dei suoi primi film, “Ping Pong” (2005), mostrava modelli virtuali in 3D del Goetheanum di Steiner, della “Ark of the World” di Greg Lynn, ispirata dalla Blobitecture, e della Casa Infinita di Friedrich Kiesler nell’ambito di un’indagine condotta su vari modelli di architettura quale strumento progressista e teoretico per stabilire modelli sociali. Intelaiatura fisica dell’esperienza vissuta, l’architettura ha la capacità unica di dare forma alle relazioni sociali. L’interesse di Graf non riguarda tanto l’architettura di per sé, quanto il suo potenziale di strumento utile a dispiegare visioni alternative della società.


Manuel Graf, Woher kommt die Kunst? oder: Die Blüte des Menschen, 2006
Courtesy: Johann König, Berlin.


Il lavoro di Graf s’incentra su quest’idea di modello, e su come l’oggetto, soddisfacendo alcuni requisiti funzionali, possa, al tempo stesso, essere illustrazione di un concetto ideologico più ampio. Nonostante il compito dell’illustrazione sia spesso guardato con ostilità nel campo delle belle arti, Graf lo abbraccia pienamente, come strategia carica di potenziale illuminante, utilizzando ogni opera come un modo per illustrare una certa teoria. Nel video del 2006 Über die aus der Zukunft fließende Zeit [Il tempo che scorre dal futuro], Graf filma Ekkehard Wallat, un tipico professore da ritratto, con tanto di barba bianca e foulard, mentre descrive la complessa teoria evoluzionista di Otto Heinrich Schindewolf, contemporaneo di Darwin. Girato in bianco e nero, il video sembra una classica lezione universitaria televisiva degli anni Settanta, ma Graf vi ha aggiunto illustrazioni grafiche che prendono vita man mano che il professore gesticola: prima due file di teschi umani, che mostrano lo sviluppo nel corso delle varie epoche; poi una griglia che riproduce schemi di foglie e fiori mentre la mano si muove. La teoria discussa, riguardante lo scorrere del tempo in due direzioni – invecchiamento e ringiovanimento – improvvisamente acquista senso, grazie a questi interventi grafici.

Il professor Wallat appare ancora, nel recente video Buchtipp, del 2009, e, questa volta, presenta un libro chiamato “Il caos sensibile”, dell’antroposofo e studioso dell’acqua Theodor Schwenk. Le teorie di Schwenk sull’acqua come quintessenza della vita e sulle sue notevoli proprietà fisiche sono riassunte da Wallat, finché arabeschi fluttuanti di fumo cominciano a riempire lo schermo e appaiono tre piccole figure a braccetto, simili a folletti dell’acqua. I loro movimenti sinuosi e quelli dei loro riflessi, avvolti in spirali di fumo, mimano il ritmo altalenante delle particelle d’acqua, andando a tempo con un’esoterica colonna sonora a cappella. Nel corso della mostra il film era proiettato su un muro, mentre il libro era esposto su un tavolo di fronte, illuminato da riflettori come la vera star dello spettacolo. Attraverso la controfigura di Wallat, nei panni del professore modello, e la sovrapposizione di vari metodi d’illustrazione e presentazione, Graf dimostra il potere dell’analogia nel disseminare, articolare e comprendere il pensiero filosofico. In questo modo, il suo lavoro risulta quasi anti-astratto nel suo sforzarsi di articolare in modi differenziati i principi chiave di una teoria sconcertante. Le questioni qui in gioco riguardano il modo d’introdurre, argomentare e affrontare tali idee oggi, nell’epoca in cui soglie ridotte di attenzione e sovraccarico d’informazione sono ormai la regola.


Manuel Graf, Über die aus der Zukunft fliessende Zeit, 2006
Courtesy: Kunsthaus Baselland & Johann König, Berlin. Photo: Viktor Kolibàl.


Nel video e installazione del 2008 Qu’est-ce que c’est la maturité l’analogia è spinta fino a limiti tautologici. Piedistalli di vetro mostrano strambi oggetti in ceramica illuminati: un traballante servizio da tè con la forma di un gruppo di edifici in stile Tudor; una teiera turchese e delle tazze con spigolose sporgenze arancioni. Nel frattempo, un video accompagnato da una briosa colonna sonora mostra gli stessi oggetti. La teiera in stile Tudor gira sul suo asse, avvolta in una nebbia di evanescenti nastri di fumo attorcigliati, al ritmo di un esitante valzer. C’è qualcosa d’inquietante, tuttavia, nelle superfici degli oggetti, che a uno sguardo ravvicinato si rivelano essere riproduzioni computerizzate; persino i riflettori sono riprodotti tramite il digitale. In una sezione del video è ricreata una versione di “Plug In City” di Archigram, utilizzando canne di bambù e arance per rappresentare i bungalow. I bungalow si moltiplicano, accompagnati da tremolanti suoni elettrici, che accelerano e decelerano alternativamente man mano che le arance si avvizziscono e cadono, in una scena caratterizzata da una bizzarra enfasi tautologica. Una sezione finale mostra una giostra ibrida, in parte albero da frutto, in parte ornamento, con miniature di scarpe che penzolano dalle sue catene dorate. Il significato esatto di queste criptiche composizioni rimane oscuro, ma i due poli stabili della giustapposizione di forme tradizionali di produzione (ceramiche fatte a mano e architettura Tudor) e simulazione tecnologica (versioni convincenti della realtà, interamente create nel regno virtuale del computer) suggeriscono un flusso bi-direzionale non dissimile da quello proposto da Otto Heinrich Schindewolf. Entrambi i modelli esistono contemporaneamente: una perpetua spinta in avanti, verso innovazioni tecnologiche sempre più grandi, e uno sguardo reazionario all’indietro, che abbraccia forme nostalgiche di produzione.

La scarpa, il servizio da tè, l’edificio: potrebbero essere visti tutti come estensioni essenziali del corpo e delle sue funzioni; tutte fondamentali per le necessità dell’individuo, così come l’individuo lo è per il gruppo. Per Graf, le arti applicate sono mezzi diretti, con cui esprimere tali necessità, così come i modelli esprimono una più ampia dimensione sociale. Il loro fascino sensoriale è analogo a quello dei modelli intellettuali di risoluzione dei problemi: fare e pensare possono giungere entrambi agli stessi risultati.
(01/10)

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