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Through A Dor Named Aesthetics The Subject Once Entered. And Now ?

by Stefan Heidenreich

STEFAN HEDEINREICH COMPONE UN’ALLEGORIA SUL RITORNO DELL’ESTETICA. E SUL SUO RAPPORTO CON IL SOGGETTO. L’ESTETICA È STATA RIDEFINITA DA QUESTO RAPPORTO, MOLTO DIVERSO PRIMA DI BERKELEY E KANT. COMPARE IL CONCETTO PROBLEMATICO DI SOGGETTIVIZZAZIONE CHE VEDE L’IDEA DELL’AZIONE DI UN SOGGETTO AUTONOMO, SPESSO CAMUFFATO DA ARTISTA. È ATTRAVERSO QUEST’ALLEGORIA CHE HEIDENREICH CI PARLA DELLA FORMA DELLA SEPARAZIONE FRA ESTERNO E WHITE CUBE, CHE MUTA. PER RESTARE SEMPRE UGUALE.


Il soggetto, così come lo conosciamo, è apparso circa due secoli fa; o, per essere precisi, è riapparso. Alcuni anni prima, anche l’estetica era stata reinventata. I due termini si sono incontrati: il soggetto, rinato sotto forma di persona, e l’estetica, come percorso di transizione. Il soggetto ha attraversato la porta chiamata estetica, è entrato nella stanza, ha acceso la luce e si è chiuso la porta alle spalle. E, quella porta, da allora, è rimasta chiusa.
Ma negli ultimi tempi qualcosa è cambiato. Sembra che l’entrata sia di nuovo aperta. Qualcuno vi si è imbattuto per caso, o forse ha sbagliato porta. Nel corso dei secoli, l’iscrizione sul portale si è fatta quasi invisibile; ma anche se la parola “estetica” non è più leggibile, la porta resta la stessa. Un raggio di luce filtra dalla fessura, ma non proviene dall’esterno. La luce viene da dentro, dove ci troviamo noi, i soggetti, abbagliati dall’illuminismo sin da quando ci abbiamo messo piede. Sembra che sia notte, là fuori, ma forse la luminosità dell’interno inganna la nostra percezione. I nostri occhi potrebbero abituarsi alla penombra, una volta usciti. Sembra che succeda qualcosa, là fuori. Sentiamo delle voci, a volte cantano, addirittura. Sembra che ci sia un grosso assembramento di persone, un mercato. Dovremmo dare un’occhiata? Ma che potrebbe succederci, se uscissimo di qui dopo così tanto tempo? E la porta funzionerebbe, nel senso inverso? Ovvero, il soggetto potrà tornare ad essere ciò che era prima?
Ritorniamo all’inizio di questa storia. Sulle prime il soggetto era una cosa molto diversa, e anche l’estetica funzionava in modi molto diversi da ora. Il termine latino “subjectum” dice esattamente ciò che diceva la sua fonte greca “hypokeimenon”: “ciò che giace sotto”. Aristotele se ne è avvalso per erigere i fondamenti di una gerarchia di definizioni e cose. L’hypokeimenon serviva semplicemente come sostrato su cui basare altre entità, che si trattasse di sostanza, materia o forma. Questo doppio senso del termine “soggetto”, che potrebbe riferirsi al linguaggio, così come al mondo, è ancora visibile quando pensiamo a espressioni come “lo spettatore come soggetto” e, invece, a usi come “il soggetto della frase”.
Anche l’estetica affonda le radici in un termine in greco antico, “aisthesis”, che oggi tradurremmo con “percezione”. Alcuni hanno tentato di costruire un rapporto fra ciò che oggi è l’estetica e ciò che un tempo era l’aisthesis. Ma quella che potrebbe sembrare una linea retta è, in realtà, una scorciatoia, immemore tanto della propria storia quanto della strada a zigzag che ha seguito per raggiungerci.
Nel 1750, Alexander Baumgarten, filosofo tedesco, ha scritto un saggio intitolato “Aesthetica”. Ha scelto quel termine – sino ad allora inutilizzato – perché sembrava prestarsi bene a descrivere una transizione che aveva luogo ai suoi tempi. Il libro era un lungo trattato su come scrivere poesie e come giudicarne la qualità. Nulla di ciò che vi era scritto ha lasciato tracce significative nel panorama intellettuale, eccezion fatta per il titolo. Ciò è parzialmente dovuto al fatto che Baumgarten ha scritto in latino in un’epoca in cui, in Germania, il latino stava cedendo al volgare il proprio ruolo di lingua dell’istruzione universitaria. Ma il titolo si è dimostrato incredibilmente efficace nel dare un nome a una transizione che ha accompagnato proprio quella svolta nell’idioma accademico. Era un’epoca in cui la scrittura e la lettura si stavano facendo sempre più diffuse, in cui il mercato librario stava iniziando a prosperare. Gli accademici si stavano accorgendo che dovevano insegnare non solo come scrivere buone poesie, ma soprattutto come leggerle e come capirle appieno. Il termine “estetica” ha funto da cardine per questa transizione: prima separando gli scrittori dai lettori, e successivamente rivolgendosi solo a questi ultimi. Nel suo saggio, Baumgarten mirava ancora a costruire un’arte della scrittura, che un tempo si sarebbe chiamata retorica o poetica, ma i suoi successori si concentrarono, in misura via via maggiore, sulla lettura. Il termine “estetica” cattura perfettamente l’ambivalenza di questa transizione, in quanto si ricollega alla percezione e, quindi, al soggetto – che ancora doveva essere inventato. E per questo ha contribuito a lasciarsi alle spalle poetica e retorica, e a fondare nuove discipline come la filologia, la storia della letteratura e delle arti e, in seguito, l’ermeneutica. Da allora, gli studenti di materie umanistiche imparano a leggere e non a scrivere, e la creazione dell’arte è insegnata in istituti diversi da quelli in cui si spiega come comprenderla.
L’estetica ha fornito l’entrata da cui è ricomparso il soggetto. Descartes poteva ancora parlare del “soggetto della nostra coscienza”, riferendosi a qualcosa che forniva un sostrato alla percezione. Non avrebbe mai chiamato il suo “io” un soggetto, benché stesse preparando il palco per il suo revival. Sono stati prima Berkeley, e poi Kant, a far riapparire il soggetto. E la separazione estetica fra scrittori e lettori ne ha facilitato il ritorno. L’io – suddiviso fra una parte attiva e una passiva, fra attore e spettatore – si è potuto ricostituire come soggetto fondante della sua stessa percezione, con un atto circolare di autocoscienza. L’io si è trasformato nello spettatore di se stesso. Questa conversione ha avuto luogo intorno al 1780 e, da allora, ci siamo abituati a incontrare noi stessi come soggetti. Il circolo dell’autocoscienza si dispiega, al giorno d’oggi, in un processo chiamato soggettivizzazione, una forma specificamente occidentale di obiettivo da raggiungere mediante l’autodisciplina.
Dei problemi irrisolti si annidano ancora in quella concezione di soggetto. Poiché è sottoposto alla separazione estetica, esso ha due facce. Una mostra tutta l’indecisione e la vaghezza connesse alla soggettività, mentre l’altra pretende di agire come un soggetto del tutto autonomo, spesso camuffato da artista. Ora che la porta chiamata estetica si è aperta di nuovo, che possiamo fare? Dovremmo cestinare la separazione fra lettore e scrittore, fra produttore e consumatore? Dovremmo cercare di sfuggire al circolo soggettivista dell’autocoscienza? Eccoci qui: soggetti in una stanza, chiamiamola white cube, se volete. La luce nella stanza proviene da enormi lettere neon, alcune delle quali formano la parola “Storia”. Ma proprio queste ultime, da qualche tempo, sfarfallano, tremolano. Tutta l’installazione luminosa sembra aver risentito del passare del tempo. Certo, potremmo cercare al mercato che c’è di fuori una lampadina di ricambio. Ma non sappiamo se lampadine del genere siano ancora in commercio. La nostra, a dire il vero, sembra piuttosto vecchia; forse è più facile trovarne in un museo che al mercato. La situazione, là fuori, sembra tutto fuorché calma. Non vediamo granché, ma da una parte del mercato provengono rumori di gente che si urla addosso. Non si è ancora passati alla violenza, ma non è detto che non accada. Dalla parte opposta, invece, non si sente quasi nulla, solo suoni sparsi, come di gente che fa le valigie e si prepara ad andarsene. Cosa fare? Alcune opzioni sono già state sperimentate negli ultimi anni. Prima, per molto tempo, nessuno aveva badato alla porta. Fintantoché la luce della storia continuava a funzionare eravamo tutti contenti.
I primi a rendersi conto del tremolio suggerirono che bastava andare a prendere delle altre luci perché tutto andasse avanti come prima. Aggiunsero alla scritta altre quattro lettere, sempre in neon, che dicevano “post”. Poco dopo ci si rese conto che la porta era aperta. Alcuni tentarono di mettersi in contatto con la gente che c’era fuori. Chiesero loro qualche dettaglio circa il posto e il contesto generale. In seguito, dei loro amici, che mai ammetterebbero in pubblico un rapporto così stretto, tentarono di attrarre all’interno gente nuova, mettendo in giro voci su feste e banchetti. Le loro attività furono presto definite relazionali.
Alcuni di quel gruppo sostennero persino di essere andati al mercato a comprare un sacco di roba divertente da usare in post-produzione. Non do molto credito a questa storia, dato che non li ho mai visti uscire di qui. Con ogni probabilità hanno ordinato tutto per corrispondenza e se lo sono fatti consegnare qui dentro.
Nel frattempo si era formato un altro gruppo di persone, che a un certo punto si erano dette: wow, là fuori sta accadendo qualcosa di grosso. Sentite, c’è una rivoluzione, una sommossa… Partecipiamo anche noi! E così iniziarono a comportarsi come quelli che c’erano fuori, gridando slogan e agitandosi come matti. Alcuni minacciarono persino, piuttosto seriamente, di uscire dalla stanza. Ma alla fine rimasero quasi tutti, e degli altri non si seppe più nulla. Parlavano di interventi, e dicevano di essere politici.
Alcuni si accorsero di certe crepe nei muri, dovute probabilmente a ciò che accadeva di fuori, e temettero che stesse per crollare tutto. Dobbiamo riparare l’edificio, si dissero, e iniziarono a fortificarlo. Chiamarono la loro attività, in modo un po’ fuorviante, “critica istituzionale”.
Altri ebbero un’idea: ehi, basta riparare la lampadina e poi possiamo ignorare tutto il resto! Ma erano codardi, e non osarono uscire dalla stanza. Si limitarono a proporre svariati modi di sistemare la luce, e fecero il nome di altri che forse avrebbero potuto dare una mano. Furono chiamati referenzialisti. Un gruppetto di questi si mostro un filino più deciso. Chiamarono un’azienda di professionisti dell’illuminotecnica (BR&A). E, in effetti, arrivarono alcuni filosofi per aggiustare i neon. Molti dei loro seguaci continuano a sostenere che, da allora, le luci funzionano molto meglio.
Ma tremolano ancora. Negli ultimi tempi è di moda prenderla alla leggera. Ehi, ragazzi, lasciatele così come stanno, chi se ne frega. Non importa. Un po’ di oscurità potrebbe persino creare un’atmosfera carina e confortevole. Aiuta a mistificare l’artista e l’opera d’arte. E soprattutto non uscite dalla stanza, sembra davvero spaventoso, là fuori.
In effetti, i rumori dall’esterno si fanno sempre più intensi. Diamo un’occhiata. Cosa si vede?
Si sta svolgendo un enorme funerale. Pare che sia morto qualcuno di davvero importante. Un passante dice che era il miliardario senza nome, un grande collezionista. No, no, lo contraddice un altro, è l’industria culturale, è stata assassinata da un pirata. È vero, arriva un terzo, sono entrambi messi male, ma sono ancora vivi. Quello che è morto è il consumatore, sussurra. Ma non diteglielo. Non deve ancora saperlo. Fra tutti i moribondi che si aggirano là fuori, la nostra stanza non sembra poi così male, dopotutto. A parte il fatto che la luce non è mai stata così fioca. I muri si reggono ancora. Forse dovremmo cercare di far entrare qualcuno di quelli fuori, che continuano a bussare. Scordiamoci della scritta sulla porta. E non importa se sono o meno soggetti. Ma la luce sta causando parecchi problemi. Forse basterebbe smontare le lettere e lasciare le lampadine nude.