Che influenza ha avuto la storia sulla tua produzione artistica?
Alle superiori sono stato rimandato in storia; ero molto ignorante in quella materia e ancora oggi non ne so un granché.
Piuttosto, tra le cose che più mi hanno ispirato citerei le esperienze di viaggio che ho fatto con mia madre. Quando visitammo il Vietnam, per la prima volta dopo 27 anni, lei non faceva che lamentarsi perché era tutto molto diverso da come se lo ricordava. Il paese non sarebbe mai stato all’altezza delle sue aspettative, non solo perché era passato del tempo, ma anche per via del filtro della propaganda americana attraverso cui guardava tutto. Quando venne a trovarmi a Berlino, invece, la portai in un centro culturale vietnamita, un rimasuglio della vecchia DDR. Quel centro era stato fondato per aiutare i lavoratori a contratto del Vietnam del Nord a mantenere un legame con la propria cultura, dato che dovevano rimanere solo cinque anni e non erano destinati a integrarsi nella società. Quello è diventato il posto preferito di mia madre a Berlino, perché si è identificata profondamente con quella gente, una forza lavoro che doveva lavorare per tanti anni a una così grande distanza dal proprio luogo di origine. La cosa mi è sembrata interessante perché si opponeva alle sue convinzioni ideologiche e al suo odio per il Comunismo. Quando viene a trovarmi a Berlino, non manca mai di fare visita al centro…
Frammenti
Della tua storia, invece, che mi dici?
Non credo molto nella mia storia, non come elemento individuale: è intrecciata con le storie private altrui, nonché con la storia locale e con la geopolitica. Vedo me stesso, e qualsiasi altra persona, come un contenitore che ha ereditato infinite tracce di storia senza ereditarne il senso. Per compensare, cerco di trovare un senso e una direzione per conto mio.
Caso
Durante un programma residenziale a Los Angeles, hai incontrato un americano che era stato in Vietnam dal ’62 al ’73 e in quel periodo aveva raccolto del materiale — lettere e foto — che costituiva una vasta documentazione sull’omosessualità in tempo di guerra. Quell’uomo ti ha consegnato tutto il materiale, che poi è diventato un tuo lavoro. Che ruolo riveste il caso nella tua pratica artistica?
Il mio lavoro nasce quasi sempre dal caso. Credo che niente venga mai da dentro. Per me è tutto un prodotto del costante dialogo che intrattengo con il mio ambiente, nel corso del quale, molto spesso, delle cose mi vengono offerte per caso, e si tratta solo di afferrarle tempestivamente. Dovrei studiare questo fenomeno in modo più approfondito, per poter essere più preciso...
Non so se conosci il lavoro sulla lapide temporanea di mia nonna…
Danh Vo, Untitled (Legionnaire), (installation detail) - Collection CNAP, Paris, 2007courtesy: Galerie Isabella Bortolozzi, Berlin / Danh Vo
L’ho visto, sì…
È un lavoro piuttosto interessante, parlando del caso... La croce è una lapide temporanea che mio padre costruì per mia nonna quando questa morì, due anni fa, in Danimarca. Quando una tomba è nuova, il terreno deve stabilizzarsi prima che ci si possa piantare la lapide in granito, quindi la tomba rimane anonima per un lungo periodo di tempo. Mio padre, essendo un cattolico molto devoto, non poteva sopportare l’idea, così ha iniziato a costruire un contrassegno provvisorio. Non gli capitava dai tempi della guerra del Vietnam. E il risultato assomigliava molto alle lapidi tipiche dell’epoca — una croce di legno, semplice e bianca, con il nome di mia nonna scritto in lettere romane…
Quando arrivò la lapide definitiva, il cimitero non sapeva che farsene di quella provvisoria e la ripose nel suo contenitore. In quel periodo la mia famiglia andò a visitare la tomba per il primo anniversario della morte di mia nonna, e trovò la croce nella spazzatura. Non sapevano che farsene, perché nessuno della famiglia voleva portarsela a casa, ma non potevano neanche lasciarla lì, così.
Mia sorella, allora, pensò che forse mi avrebbe fatto piacere averla, così concordarono di portarmela a Berlino. Naturalmente rimasi sconvolto quando me la vidi arrivare in una sporta di plastica nera. La croce è rimasta sul mio balcone per sei mesi prima che potessi separarla dalla vita personale di mia nonna. Mi ci è voluto del tempo per vederla come un oggetto non collegato a lei, ma che rappresentava solo le cose che avevano avuto un impatto sulla sua vita. I lavori come questi iniziano sempre così: penso sia un modo di plasmare il tuo pensiero sulle cose. Questo lavoro è nato dal caso. E mi serve anche a sottolineare che per me è difficile capire a un primo sguardo se una cosa possiede le qualità di un oggetto d’arte. Di solito devo prima passarci un po’ di tempo.
Questo per farti capire come lavoro con la storia. Come posso pretendere che la gente capisca, così su due piedi? Non posso aspettarmi nulla. Non potrà che sembrare l’ennesima scultura ermetica, e secondo me la sua qualità sta proprio in questo aspetto astratto.
Vorrei che tutti i miei pezzi fossero come questo: che esistessero perché non c’è altra via di uscita.
Un progetto in corso
È difficile convincere una persona a sposarsi?
Sì, certo.
Uno dei tuoi più noti progetti in corso si misura con l’istituzione matrimoniale. Come convinci una persona a sposarti?
Le persone a cui chiedo di sposarmi per prenderne il cognome sono persone che rispetto molto e penso abbiano avuto un ruolo nella mia formazione. Uso i loro cognomi come una cosa concreta da portare con me, un souvenir prodotto dal sistema che, per definizione, mi ha escluso.
Essendo persone che conosco piuttosto bene, parto da una posizione di vantaggio per la negoziazione, ma ci vuole tempo. Anche se ci ho provato tante volte, affrontare le autorità mi fa ancora paura…
Danh Vo, Untitled (coin) - Private collection, Berlin, 2007courtesy: Galerie Isabella Bortolozzi, Berlin / Danh Vo
La Danimarca — dove hai iniziato questo progetto — è stata la prima nazione a legalizzare i matrimoni gay, oltre a essere un paese in cui hai vissuto a lungo. Con questo progetto esplori alcune strutture dell’istituzione stessa, questioni identitarie e paradossi della società in cui viviamo. Per quali versi ti senti un prodotto della società occidentale?
In Danimarca è successo questo: da un lato, i gay sono stati invitati ad adottare il sistema eterosessuale; dall’altro, sono stati abbattuti gli alberi nel parco di Copenhagen, che era il centro dei loro incontri notturni. Questa legislazione, più che un atto di apertura sociale, rappresenta un atto di esclusione, dove il matrimonio gay è stato usato come alibi. Il matrimonio mi è sempre sembrato un retaggio ormai superato del passato, ma ho cercato di dargli un senso. Di attribuirgli un significato, anche solo personale.
Da quando i miei genitori hanno scoperto che ero gay, ogni tanto mi chiedono se posso aiutare alcuni loro amici, sposandoli pro forma, in modo da offrire loro una possibilità di venire in “Occidente”. Hanno sempre avuto una visione molto pragmatica, perché consideravano la mia scelta sessuale inconciliabile con il significato del matrimonio. Ammiro molto questo loro modo di pensare: cercare un possibile uso delle cose quando non si riesce a trovarne il significato.
L’esistenza di questo progetto è dovuta a una particolare costellazione di eventi, non so se l’Occidente c’entri qualcosa. Ho solo tentato di affrontare i problemi che mi trovo davanti ogni giorno.
Come esponi il progetto sul matrimonio?
Espongo i documenti del matrimonio e del divorzio.
Che rapporto c’è tra i corpi, i documenti e le istituzioni?
Io ho un rapporto molto esotico con i documenti e i certificati. Mi piace l’idea di fare con il corpo una cosa che si conclude in un semplice pezzo di carta. Sono rimasto per cinque giorni in un centro detentivo dell’aeroporto di Bangkok perchè il mio passaporto era in pessime condizioni (si era rotto in due parti ed era riattaccato con lo scotch) e vedevo tutti quei corpi, soprattutto del Bangladesh, imprigionati perché non avevano le carte a posto. Da quella esperienza ho derivato una forte consapevolezza del rapporto tra corpo, documento e istituzioni. I documenti mi sembrano equivalenti a una performance, perchè attraverso le carte e le istituzioni la nostra società determina in partenza i nostri movimenti e le nostre azioni.
Pubblico/privato
Molti dei tuoi progetti trattano di ciò che accade nel tuo ambiente, della tua vita personale, i tuoi desideri, la tua identità, e ciò che gli altri proiettano su di te. Cosa è per te la privacy?
La privacy per me è un lutto, il lutto per la sua perdita.
L’ultima storia
Tu non ami le interpretazioni. Raccontami una storia che possa riassumere la tua prossima mostra…
Il titolo è “Last Fuck”. Ne ho parlato con un mio amico e lui ha detto “Danh, è una pessima idea”. Gli ho chiesto perché. E lui ha fatto un paragone con le mostre di Sarah Lucas: anche lei usa questi titoli espliciti e le aspettative vengono puntualmente esaudite visitando la mostra. Mi ha detto che nel mio caso era una pessima idea, perché sarebbe stato ingannevole. Ha ragione… ma penso che sia proprio questo l’aspetto più intrigante.












