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Richard Aldrich, If I Paint Crowned I've Had It, Got Me, 2008
Bortolami Gallery, New York

Coming from
many places

by Alessandro Rabottini

Per chi si sia trovato, negli ultimi mesi a Londra, New York o Los Angeles, non è sicuramente stato difficile imbattersi nel lavoro di Richard Aldrich, artista americano, classe 1975, che sta riscuotendo parecchio interesse intorno alla sua pittura. Alessandro Rabottini ha indagato, nella conversazione che segue, le radici dell’eclettismo di Aldrich e le origini del suo stile, e ha scoperto un artista che non ama le definizioni e che registra nei suoi quadri le infinite sfumature della vita, che ricerca nel linguaggio l’origine delle immagini e che costruisce le sue mostre come racconti misteriosi.


Vorrei partire dal tuo particolare approccio alla pittura. Mi sembra che tu non sia per niente interessato al concetto di “stile”. L’eclettismo che contraddistingue la tua pratica sembra suggerire che, per te, il linguaggio della pittura non sia un filtro da proiettare sulle cose ma, al contrario, qualcosa che deve emergere dalla contingenza, e dall’intima natura di ogni singolo quadro. Il fatto che il tuo lavoro non sia immediatamente riconoscibile come “un quadro di Richard Aldrich” è forse la ragione per cui lo trovo così affascinante... Mi verrebbe da definirlo – ti prego di scusarmi se generalizzo – un approccio concettuale alla pittura.
In realtà, molti mi hanno detto che riescono a riconoscere i miei lavori, anche se sono tanto diversi gli uni dagli altri. È vero, non ho uno stile pittorico nel senso convenzionale, ma ho sempre pensato che sotto i miei lavori si intravedesse una sensibilità coerente. Qualche tempo fa, qualcuno mi ha detto che lo stile sta nell’attenzione meticolosa per i dettagli. Per esempio, ha menzionato il plexiglas dietro lo specchio nel mio Looking With Mirror Apparatus (2008) (“apparato” per via della combinazione tra plexiglas e specchio). Mi sembra un dato importante: non è che non abbia uno stile, solo che va individuato (e penso che la parola sia importante: individuato, dunque qualcosa da cercare), non in un modo di trattare la pittura o l’uso dei colori, ma piuttosto nell’approccio a ogni singolo lavoro, come hai detto tu stesso la natura concettuale o intima di ogni quadro. Nel senso che il processo è sempre il medesimo, che sia un collage o un dipinto molto lavorato. Sono tutte idee, ma in realtà vedo la pittura come qualsiasi altro aspetto della vita, che ha momenti diversi: estroversione, calma, ironia, tristezza. Voglio che il quadro abbia la libertà di riempire quanto più spazio possibile e, viceversa, che nasca da tante fonti diverse.

Per estendere il discorso, gran parte degli artisti della nostra generazione (e di quella precedente) lavorano in modo analogo al tuo, ma nella cornice di un approccio multimediale, adattando media diversi a vari soggetti, e cercando ogni volta il mezzo ideale per il lavoro che vogliono realizzare. Pensi di fare lo stesso nel campo della pittura?
Credo sia un’operazione meno premeditata rispetto alla ricerca del mezzo espressivo più adatto per realizzare un certo lavoro. Tendo a procedere in modo più intuitivo e, anche se c’è un’idea alla base, è facile che questa si trasformi nel corso del processo. La riflessione arriva in un secondo momento, dopo che un quadro è “finito”, o almeno così mi sembra, e spesso traspare dall’installazione: per questo la fase dell’installazione è così importante per me. Questo mi sembra il lato interessante dell’arte, la sua capacità onnicomprensiva. Il singolo oggetto, la sensazione che veicola e la presenza che emana, il suo rapporto con altri lavori, sia con l’intero corpus dei miei lavori sia con un’installazione specifica... Il Minimalismo è venuto dopo l’Espressionismo, e si poneva come il suo contrario, ma alla fine il succo era lo stesso: una visione unilaterale dell’oggetto. Per quanto mi riguarda, inseguo un’arte olistica, che abbia una dimensione fisica e una mentale. Per far questo, servono oggetti reali, e gli oggetti reali non si inventano.

Per estendere il discorso, gran parte degli artisti della nostra generazione (e di quella precedente) lavorano in modo analogo al tuo, ma nella cornice di un approccio multimediale, adattando media diversi a vari soggetti, e cercando ogni volta il mezzo ideale per il lavoro che vogliono realizzare. Pensi di fare lo stesso nel campo della pittura?
Credo sia un’operazione meno premeditata rispetto alla ricerca del mezzo espressivo più adatto per realizzare un certo lavoro. Tendo a procedere in modo più intuitivo e, anche se c’è un’idea alla base, è facile che questa si trasformi nel corso del processo. La riflessione arriva in un secondo momento, dopo che un quadro è “finito”, o almeno così mi sembra, e spesso traspare dall’installazione: per questo la fase dell’installazione è così importante per me. Questo mi sembra il lato interessante dell’arte, la sua capacità onnicomprensiva. Il singolo oggetto, la sensazione che veicola e la presenza che emana, il suo rapporto con altri lavori, sia con l’intero corpus dei miei lavori sia con un’installazione specifica... Il Minimalismo è venuto dopo l’Espressionismo, e si poneva come il suo contrario, ma alla fine il succo era lo stesso: una visione unilaterale dell’oggetto. Per quanto mi riguarda, inseguo un’arte olistica, che abbia una dimensione fisica e una mentale. Per far questo, servono oggetti reali, e gli oggetti reali non si inventano.

Quindi mi stai dicendo che il tuo approccio alla pittura è radicato più nel linguaggio come materia di trasmissione e traduzione che non nell’immagine stessa?
Direi di sì, ma non sarei così specifico, perché la bellezza del linguaggio m’interessa comunque in termini d'immagine e forma, o musicalità, a parte i vari sistemi che lo fanno esistere. Penso che, ancora una volta, questa idea richiami un approccio olistico: comprendere che le cose hanno tante sfaccettature e sono fittamente intrecciate le une alle altre, e cercare di studiare tutte queste sfumature in una volta, sforzarsi di comprendere a fondo e articolare la loro interconnessione. Usare il linguaggio come un mezzo, che incarna e non si limita a riflettere.

RIchard Aldrich, Looking with Mirror Apparatus, 2008
courtesy: Bortolami Gallery, New York

I tuoi quadri possono essere molto gestuali o molto meditativi, molto crudi o molto romantici, ma mi danno sempre l’impressione di esprimere una sorta di scetticismo nei confronti della pittura. Sbaglio?
Cosa intendi per scetticismo? Da un lato penso di essere scettico di fronte a molti quadri ma, dall’altro, una delle poche cose in cui credo è l’intensità del potere della pittura. Adoro i quadri. Forse perché sono stati fatti da persone, o sono testimonianze storiche o altro, ma quando vado in un museo resto puntualmente a bocca aperta. Provo sempre questo senso di meraviglia, come il desiderio di trovarmi in mille luoghi nello stesso momento.

Anche se il tuo mezzo principale e quasi esclusivo è la pittura, installi sempre i tuoi lavori in modo da creare determinate connessioni tra loro. Mi sembra che il tuo approccio alla pittura sia chiaramente “installativo” e molto consapevole della natura dello spazio espositivo, ma non mi pare che tu costruisca dei “racconti”, anche se la dimensione narrativa è un tema portante della produzione artistica attuale.
L’installazione è un momento fondamentale, inquadra il lavoro e lo rivela, forse in una meta-modalità cerca di renderlo coerente. Penso sia interessante il fatto di poter trasformare il lavoro, con effetto più o meno temporaneo. Per esempio, nella mostra alla Marc Foxx Gallery di Los Angeles, c’erano tre quadri di facce, ovvero tre dipinti a collage in cui l’immagine, a grandi linee, era quella di un volto essenziale, due occhi, a volte un naso e una bocca. Da soli avevano un senso, accostati ne assumevano un altro. Diventavano ironici, mentre presi uno alla volta mi sembravano permeati di malinconia... Ancora una volta, il tempo è un fattore cruciale. Una mostra si svolge per una quantità di tempo limitata, mentre un lavoro può essere riutilizzato, in originale o in copia, o anche solo nella consapevolezza della sua esistenza, e in quel caso può essere posto sotto una nuova luce, quasi rinascere in una nuova pelle. L’ultima mostra alla galleria Bortolami di New York è risultata la più narrativa che abbia mai fatto, ma è successo un po’ per caso, senza una premeditazione da parte mia. Una parte importante del mio lavoro sono anche i collegamenti con ciò che sta fuori dal dipinto, ovvero le cose che non si vedono, e possono emergere nel corso del tempo, per esempio in un’intervista come questa. Un esempio si trova nell’ultima mostra: ho chiamato un quadro Whistlerian, in omaggio all’omonimo pezzo della mia amica Patricia Trieb: entrambi i lavori erano nati da una nostra conversazione su una tecnica pittorica che si potrebbe descrivere come strofinamento. Lei è stata la prima a battezzarlo, e il titolo del mio era un tributo a lei e alla nostra conversazione. Tuttavia, penso che l’installazione alluda a qualcosa di più di quello che si vede, qualcosa da cercare, scavando nel profondo.

Il tuo lavoro sembra fitto di citazioni dalla storia dell’arte. La prima volta che l’ho visto, mi sono venuti in mente Raoul De Keyser e Michael Krebber, o addirittura Sigmar Polke. Quali sono gli artisti che più ti ispirano?
Da tempo sono un fan di Daan van Golden, un pittore olandese di circa 73 anni. Trovo che il suo lavoro abbia una forza particolare, nei singoli elementi, nel loro rapporto con la storia, e con la sua vita personale. Mi piacciono anche Manet, Matisse, Vuillard.

A giudicare dai tuoi punti di riferimento, sembra che in pittura t’interessi soprattutto la piattezza. Dopo la lunga storia del Modernismo, cosa significa per te oggi? Che valore hanno il motivo e la decorazione dopo che la pittura li ha sfruttati per conquistare la propria autonomia, e dopo che il Postmodernismo li ha interpretati come politica dell’illusione?
No, non mi interessa tanto questo, mi piace il loro modo di dipingere, ecco tutto! Il tocco, la sperimentazione, l’equilibrio tra casuale e voluto, il loro posto in mezzo ai contemporanei, la profondità del loro lavoro di artisti, ma soprattutto la semplice sensazione che mi danno quando mi trovo davanti a una delle loro opere. È un’esperienza forte, fisica che, come ho detto, è indipendente da qualsiasi idea o pensiero. Non saprei cosa dire della piattezza, mi sembra tanto uno specchietto per le allodole. In questi termini, o in termini di Cézanne o Pollock, il Modernismo mi sembra poco interessante e limitativo. D’altra parte, il Cubismo sembra un campo molto ampio.
(01/12)

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